Cabine telefoniche
quando per sentirci vicini serviva una scatola di vetro
Primi anni ’90, niente smartphone, niente chat, niente ti mando un vocale, niente video chiamate.
Se dovevi chiamare qualcuno, dovevi trovare lei: la cabina del telefono.
Una scatola di vetro e metallo incastrata tra bar, piazze e stazioni, sempre un po’ appannata d’inverno e un forno d’estate, ma fondamentale quanto oggi il Wi‑Fi libero e i Giga illimitati!
Era lì che vivevamo i nostri sono arrivato, ti richiamo dopo, litigi, dichiarazioni d’amore e telefonate lampo fatte con l’occhio fisso sui gettoni rimasti con il classico fai in fretta che mi finiscono i gett...
Qualcuno leggendo queste righe avrà aperto la scatola dei ricordi, altri invece hanno pensato descrivessi un futuro dispotico alla Ken Shiro, invece è semplicemente un’altra storia, la storia delle cabine telefoniche.
Dalla prima cabina a San Babila alla diffusione nazionale
Prima delle cabine, in Italia il telefono pubblico lo trovavi solo all’interno: bar, edicole, uffici postali, alberghi. Non esisteva proprio l’idea di un telefono di strada sempre a disposizione.
Tutto cambia il 10 febbraio 1952, quando in piazza San Babila a Milano, nella curiosità di tutti, viene installata la prima cabina telefonica pubblica italiana, per iniziativa della Stipel (una delle concessionarie telefoniche dell’epoca).
È una struttura prefabbricata in metallo e vetro, con dentro un apparecchio a monete e, poco dopo, a gettoni.
Da lì in poi i passi verso la diffusione non sono tanti:
Negli anni ’50 e ’60 le cabine crescono piano, soprattutto nelle grandi città
Nel 1971 in tutta Italia ci sono 2.500 cabine
Alla fine degli anni ’70 il numero è esploso a 33.000: il telefono ha ufficialmente conquistato la strada.
Negli anni ’80 e ’90 arriva l’apice: cabine ovunque, con i colori SIP prima e Telecom poi, file fuori dai cinema, alle stazioni, lungo i corsi principali delle città, fino a trasformare certi marciapiedi in una specie di centralino a cielo aperto e insinuarsi nella cultura pop
Gettoni, schede e piccoli rituali analogici
Dietro la cabina c’erano dei precisi riti:
Prima i gettoni telefonici: li compravi al bar, in tabaccheria, alle macchinette; li tenevi in tasca come fossero monete speciali, con quel suono metallico tipico quando cadevano nel telefono scandendo il tempo inesorabile che ti restava per parlare. La loro produzione parte nel dopoguerra, ma è dal 1959 che esplode davvero.
Dal 1976 arrivano le prime schede telefoniche sperimentali, poi diffuse su larga scala successivamente. La cosa bella era quando le trovavi lasciate infilate nella cabina con ancora un po’ di credito da utilizzare.
Erano fatte di plastica rigida, e soprattutto negli anni ‘90 diventarono oggetti di culto con le loro illustrazioni, loghi, eventi, città. Diventano subito oggetti da collezione e c’era chi telefonava poco ma accumulava schede come fossero figurine.
Spot della Telecom del 1997
Spot del 1996 con una giovane Ambra Angiolini famosissima per Non è la Rai
La scena classica nell’utilizzo della cabina telefonica si svolgeva in questo modo:
Tu in cabina con il foglietto di numeri in mano (molti di noi ricordavano a memoria tutti i numeri di amici o parenti, ad oggi con i cellulari non ne saremmo capaci)
La scheda inserita e l’occhio fisso sul display che indicava quante Lire ti restavano (nel caso voleste sapere qualcosa della lira recuperate l’articolo in merito )
Dietro di te, qualcuno che sbuffa perché è un’ora che stai telefonando. E tu che cerchi di abbassare la voce stringendoti alla cornetta per non farti sentire da chi è fuori.
E poi per i più arditi c’era il meta-uso della cabina:
La chiamata al volo Mamma, sono arrivato dal telefono della stazione
Gli appuntamenti fissati con il famoso ti chiamo alle 18 precise, fatti trovare
Le cabine come social network (con penna e vetro)
Le cabine non erano solo telefoni: erano vere e proprie bacheche.
Dentro potevi trovarci:
Numeri scritti ovunque: annunci di ogni genere, cercasi, offresi, numeri più o meno raccomandabili e spesso messi per fare scherzi.
Cuori con iniziali, insulti, motti, poesie di tre righe lasciate da chi aspettava il proprio turno, frasi di canzoni
Adesivi, bigliettini infilati nelle fessure, volantini incastrati tra vetro e metallo.
L’Elenco telefonico, quando c’era, mezzo strappato con le pagine più consultate consumate, appoggiato su un supporto metallico che traballava.
Ogni cabina era una piccola realtà della zona che se ti fermavi a guardare, ti raccontava tanto del quartiere e del tipo di umanità che la usava.
Ogni cabina diventava un piccolo archivio casuale, chi passava di lì lasciava una traccia, una parola, un numero, un cuore trafitto con le iniziali.
Questo faceva in modo che ogni cabina era uguale alle altre e al contempo diversa, ogni cabina aveva la sua identità fatta delle persone che l’avevano vissuta e dei ricordi che vi lasciavano. Le cabine spesso erano dei punti di riferimento e dei ripari nei momenti in cui il temporale ti sorprendeva lontano da un riparo!
Era il nostro social network ma con meno odio, meno saccenza, con i vetri scritti o appannati e con quel tipico odore di metallo!
Dall’apice alla scomparsa: l’era dei cellulari
Le cabine negli anni hanno cambiato i colori e la forma
ma sono sempre rimaste lì ad attenderci e a darci la voce quando ci serviva.
Addirittura nella metà degli anni ‘90 hanno anche cercato di evolversi
Presentazione Telecom della cabina Mosaico nel 1995
Ma dai primi anni 2000 in poi però cambia tutto, entra in scena il protagonista che tutti conosciamo: il cellulare.
Prima i telefoni mattone, poi i modelli più piccoli, gli SMS, le ricariche dal tabaccaio, fino allo smartphone.
La cabina, piano piano, cambia è costretta a reinventarsi:
Passa da strumento di uso quotidiano a backup (se resto senza credito vado in cabina)
Poi quasi ignorata e usata solo in emergenza
Infine reliquia urbana testimone di un tempo ormai sempre più lontano e sempre più dimenticato: cabine senza cornetta, vandalizzate, con vetri rotti o trasformate in micro-rifugi dalla pioggia, orinatoi.
Nel 2010 parte la rimozione sistematica dei telefoni pubblici considerati non più necessari, da circa 104.000 cabine sparse per il Paese si scende, in un anno, a poco meno di 97.400. Negli anni successivi il numero continua a calare, fino alle poche migliaia di postazioni ancora attive, spesso segnalate per motivi di servizio o sicurezza.
Dove prima c’era la cabina, resta solo un rettangolo più chiaro sul marciapiede o quattro fori dei bulloni. Se passi spesso dallo stesso posto, è come quando ti tolgono un cartello o un albero: senti che manca qualcosa, anche se non lo usavi più.
Perché ci mancano (anche se non torneremmo indietro)
Diciamocelo, nessuno vuole rinunciare allo smartphone per tornare a cercare gettoni in tasca. Per quanto riguarda le schede credo manchino solo a livello collezionistico.
Ma l’idea che le cabine stiano scomparendo del tutto lascia comunque una piccola nostalgia di fondo. Erano un luogo fisico dove comunicare e non un’icona sullo schermo, ci costringevano a fare una pausa consapevole perché per chiamare qualcuno dovevi fermarti e ritagliarti un momento per pensarci e per farlo consapevolmente, perché aveva un costo e quindi non lo facevi alla leggera!
Ci insegnavano a far fronte alle casualità e improvvisare, far fronte all’imprevisto: cabina occupata, scheda finita, gettoni insufficienti.
Ogni telefonata non era un tanto posso scriverti quando voglio, ma un piccolo evento a cui dare il suo valore.
Qual è la tua cabina nella memoria?
Ora tocca a te:
Ricordi una cabina specifica del tuo paese o della tua città che usavi sempre?
Eri team gettone o sei entrato direttamente nell’epoca delle *schede?
Hai il ricordo di una telefonata di quelle che ti hanno cambiato qualcosa, fatta chiuso in quella scatola di vetro?
Scrivimelo nei commenti: sono curioso di vedere quante storie diverse sono passate attraverso i vetri graffiati e scritti di una cabina.
La prossima volta che passi in un luogo dove c’era una cabina, prova a fermarti un attimo. Non per cercare campo, ma per tendere l’orecchio e ascoltare con l’immaginazione tutti i Pronto? partiti da lì









